Mi tolgo la tshirt, mi vesto, metto la tshirt a letto. Prona come a volte capita a me. Il cuscino non le serve, non ha la testa. Lo faccio scomparire nella ribaltina dietro il letto che mi ricorda vuota una madia. Potrebbe contenere i cartocci delle pannocchie le si usassero ancora per riempire i materassi. Perchè il mio comincia a imbarcarsi un po’ troppo al centro.
Copro la tshirt col lenzuolo. Ma non lo rimbocco.
Il libro accanto al letto, letto ieri sera prima di dormire. Il tappetino per posare i piedi nudi, scivolati fuori dal letto al risveglio, è sulla sedia. Lo uso quando mi alzo: in piedi sulla seduta a raggiungere col braccio il ripiano più alto. E riporre ogni mattina il libro. Ogni superficie orizzontale è sgombra.
Apro la finestra. L’asfalto impolverato granuloso e beige scuro: la moquette che sento sotto i piedi. Tatto e vista non si contraddicono, non guardo al pavimento per controllare. Quand’ero piccolo era asfalto vero là fuori. Il ginocchio ricorda le strisciate sul ruvido, cadendo. E anche i palmi delle mani: le pietruzze che si staccavano lavando prima di farmi disinfettare.
Quel che vedo sarebbe con lo sguardo della nostalgia per il morbido, se indossassi già le pantofole. Ma le metto solo ora. Non meno fredde di prima.