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Lettura alla cieca

10 Settembre, 2009

Di notte, vado in bagno. Senza accendere la luce mi siedo sul water chiuso, prendo meccanicamente con la sinistra il libro dall’angolo della vasca dove l’ho lasciato appena finito di leggerlo durante il giorno, il pollice sul talgio, le altre dita sul dorso.

Apro ad una pagina con un leggere movimento del pollice, lascio scorre altre pagine verso destra, si fermano da sole presso un’altra pagina. Tengo aperto il libro con entrambe le mani, la destra speculare alla sinsitra. Scorro la pagina con lo sguardo pur non vedendo quasi nulla e non distinguendo per nulla le lettere. Mentre lo faccio il pollice sinistro scende fino a tenere aperto il libro  nella V tra le due facciate, e il dorso tra la falange mediana e la prossimale dell’indice. “Leggo” per un po’.

Riporto la mano sinistra nelle posizione precedente, e chiudo il libro  ancora tenendolo con le due mani, il pollice sinistro ancora come segnalibro tr al pagine ora quasi accostate. Alzo la testa, guardo in avanti nel buio, medito. Volto la testa indietro verso sinistra come se da lì qualcuno mi chiamasse, abbasso la testa  la scrollo.

Ricuiudo il libro del tutto e lo poso sull’angolo della vasca. Mi alzo, torno a letto.

variazione sul tema dei “miei tedeschi”

13 Luglio, 2009

due diari uguali
(quello finito e quello iniziato)
due penne uguali
(una non la trovavo più e uso solo penne di un tipo preciso)
quella di sinistra a sinistra del diario di sinistra, quella di destra a destra del diario di destra
due fogli A4

controllo non ci sia un mio doppio.
solo l’ombra.
ma credo che quando mi alzerò dal letto e cammierò allora il doppio apparirà. se sa il tedesco.

(doppelgaenger)

intermezzo concreto/ Don’t try it at home

26 Giugno, 2009

specie se ci sono io vicino!

http://www.spiumatricisenesi.it/index.html

spiumato sì, ma non così!

19 Aprile, 2009

Mi sveglio. Mi trovo a letto, a pancia in giù, nudo. L’avambraccio sinistro che pende fuori dal letto, l’incavo interno col braccio esattamente sullo spigolo del materasso. La nocca del pollice posa sulla superficie verticale della cassa del letto. In posizione di riposo.

Allontano e avvicino ritmicamente l’avambraccio. Dopo alcune oscillazioni  è l’unghia del pollice a sbattere, di piatto.Il martellare di solito ovattato dalle pareti della casa ora è vicinissimo invece: il suono è quello, anche il ritmo. Che viene naturale prendere. Con la mano completamente rilassata.

Nel dormiveglia mi domando se sono già iniziati i lavori al di là della strada, ma mi pare troppo presto perchè siano già arrivati i muratori. Mi sveglio del tutto, il rumore cessa: è sabato infatti guardando l’orologio solo col la testa. Faccio forza col braccio sinistro sul nulla, mi sollevo col destro. Il petto e la pancia sono solcati da singole piegoline verticali impresse nella pelle.

Nessuna plissettatura, sono rade come normale in un panneggio bagnato anche se il tessuto è quello cutaneo. Bagnato…ho sudato a contatto col lenzuolo. Sotto il piumino che mi fa vivere le traspirazioni estive.  se fuori è freddo allora ne sono contento, mi mancano le notti calde di luglio.

Frizionandomi la pelle le pieghe scompaiono, il ferro non voglio usarlo, sorrido pensando a quello che basta per produrre l’illusione del lavoto duro: un’unghia. Anche se fosse laccata.

datteri di mare

10 Gennaio, 2009

un nocciolo di dattero che è un piccolissimo calamaretto.
scolpito con maestria e precisione dall’albero nellì’attesa che i frutti maturassero.
anche gli alberi possono avere un passatempo.

Dedicato.

25 Dicembre, 2008

Nevica?!

ha smesso di piovere da un po’ ma… i fiocchi non possono rimenere immbili. peccato, sono solo le gocce di pioggia sul vetro che riflettendo e rifrangendo la luce son bianche. la distanza è esattamente quella tra i fiocchi di neve. Quando quelli cadono.

sulla lastra non fotografica della finestra la “foto” di una nevicata mai avvenuta.  Se le gocce invece di evaporare scivolassero lungo il vetro, allora la nevicata virtuale sarebbe perfetta. Ma forse preferisco senza effetti speciali: la neve fermata in un attimo, tutto sospeso e immobile.

si muovono le foglie della siepe. Nella tormenta senza che nessuno in strada debbe mettere le catene, senza che nessuno affondi i piedi nei centimetri bianchi, senza disagi, senza scivolate, senza palle di neve, senza pale per spalare via….

Telefonino multimediale…più o meno

20 Novembre, 2008

Il tasto di spostamento (così definito dal libretto d’istruzioni) del mio cellulare è un anello intorno al “tasto di selezione centrale”, nero e percorso da microsolchi. Come un vinile. Luce accesa… il riflesso è un diametro giallino sul “disco”.

Se muovo la testa avanti e indietro il “disco” sembra girare sul piatto, a scatti come quando lo usa un dj per lo scratch. Allora sto suonando per me, un mio mix, a casa mia io che non ci vado mai in discoteca. Senza mani, potrei vantarmi ahaah Senza che nessuno senta nulla. ma non perchè stia ascoltando con gli auricolari. non ne escono dal cellulare, come del resto i suoni.

Silenzio assoluto, tranne il fruscio ovattato delle macchine al di là del vetro in strada.

Per far fare un “giro” completo al “disco” col busto devo andare avanti e indietro e a destra e a sinistra. Trasformando il movimento in una rotazione completa fulcrata sul bacino…la rotazione molto ampia è giocoforza lenta…ipnotica…se ripetuta giro dopo giro dopo giro-per “sentire” il “vinile” senza interventi da dj -…Trance.

C’è un genere che si chiama così, se ricordo bene, Adesso che mi son riscosso me lo ricordo. Nello specchio mi si vedeva meditare, credo. o iniziare un viaggio sciamanico. (Di sicuro questo modo di ballare aiuta a smaltire le maniglie dell’amore ;-) .

“sempre in bagno” (…ma poi lo lascio libero ;D )

13 Novembre, 2008

Vado alla conca del bidè dove ho posato di fretta i vestiti spogliandomi prima di lavarmi. jeans, calze, slip, t-shirt. che indosso per prima. Sistemandola dietro la schiena, sento… dei solchi. Sulla pelle dl fianco destro come quelli lasciati dagli orli elasticizzati che premono… quelli degli slipi tipo.

Ma non porto mutandoni ascellari con la vita così alta! Verifico ugualmente per scrupolo: gli slip presi nella conca sono normali come mi aspettavo. Non pulitissimi ma a vita bassa per di più. Quindi non nascondono per niente quelli che sono della smagliature. Non quelle di una maglia della salute… visot che mi vennero nel periodo in cui stavo male. Ma la storia sarebbe lunga.

Tolgo jeans e calze, appendendoli finalmente al gancio apposito sulla porta. Chiudo lo scarico del bidè. Apro l’acqua calda. Aspetto che si riempia subito prima che cominci ad uscire della fessura orizzontale di sicurezza. Fortuna che prendiamo per lavarci un sapone tipo Marsiglia. A detta dell’etichetta. Mi inginocchio come una lavandaia sul Sile a Treviso nelle foto in biancoenero.

Metto a mollo gli slip, li tiro fuori posandoli sul bordo della conca e ci strofino su il sapone con forza. Immergo nell’acqua bollente e strofino i lembi uno sull’altro per lavar via il sapone, e gli slip sul fondo della conca… a mano. I gesti non mi vengono benissimo, da una foto non si possono imparare perfettamente. Torco e strizzo. Lo stendibiancheria era già aperto per altre cose, anche se me lo ricordo solo adesso.

Al piano di sotto però…

Va bene che in casa è umido, ma la rugiada…

9 Novembre, 2008

Sciacquata alla faccia veloce, prima di uscire. m’insapono con entrambe le mani. Ma mi lavo soprattutto con la destra. Solo con la destra per essere sincero. La sinistra ferma a mezz’aria, tra il volto e il fondo del lavandino. Il lato sinistro della faccia riesco a lavarlo meno bene di conseguenza, più a fatica. Anche la testa si adegua: si inclina verso sinistra , ma ruota come se guardassi da sotto in sù qualcuno.

Con gli occhi chiusi però. Lavandomi li tengo sempre chiusi, non tanto per il sapone o l’acqua (più li stringo anzi più l’acqua entra dall’angolo dell’occhio). Il rubinetto è troppo vicino per metterlo a fuoco, mi dà fastidio. Non ho l’obbiettivo macro e così chiudo gli occhi.

Li tengo stretti fin ad arricciare il naso. Per paura del rubinetto che sento al di là delle palpebre, proteso verso di me, quasi mi minacciasse di cavarmi gli occhi…(i bambini chiudono gli occhi per non essere visti, e più gli stringono più sanno che sono invisibili e protetti). non so a che distanza davvero sia, potrei sbatterci dentro.

Apro gli occhi, mi asciugo, mi metto la maglia. Faccio scorrere l’acqua perchè si scaldi di nuovo. Mi faccio la doccia alle mani! Il filtro dle rubinetto del lavandino è otturato. Il calcare intasandolo produce un effetto doccia: singoli getti distanziati ad intervalli regolari. A pressione più alta del solito, con l’effetto massaggio. Rimbalzano sulla ceramica verso l’alto in goccioline sparate sulla mia maglia di lana.

Rosso cupo: un enorme petalo di rosa ricoperto di rugiada. Come se fossi stato fuori questa mattina prestissimo, già vestito. Intonse le goccie, non vengono assorbite. Fuori si sarà già asciugata invece. D’improvviso l’acqua è calda. Mi lavo i denti, pronto ad uscire. Ma spazzolando lo smalto mi passa la voglia. Finito, scendo e mi mangio un biscotto. Non posso mica uscire con i denti sporchi. E li ho appena lavati. Non posso mica rilavarmeli dopo due minuti.

Ma il biscotto mi ha lasciato la bocca impastata. Ho sete. Prendo un bicchier d’acqua. Bevo. L’acqua è troppo fredda, la scaldo in bocca. Finendo per sciacquarmela in perfpetto stile da lavaggio dei denti. La sputo. Mi sento pulito e fresco in bocca.

Esco. Forse.

“sempre in bagno” tris

30 Ottobre, 2008

Mi accorgo di essere asciutto. L’aria mossa dal mio corpo in movimento tra le stanze ha accelerato il processo, ma dell’ordine in cui le varie parti del corpo hanno perso l’acqua le gocce superficiali non mi son accorto. Pensavo ad altro, forse ho seguito lo stesso percorso della prima passata. Torno in bagno.

Mi rado iniziando dalla guancia destra: i peli sono meno lunghi e meno folti. Dal centro, dalla concavità della guancia verso l’alto, lo zigono (piacere fisico della vibrare del rasoio sull’osso sotto pelle che la tende), vicino all’orecchia, la basetta. Scendo un po’ verso l’angolo della mandibola, la guancia vera e propria, proseguo verso sinistra lungo il profilo della mandibola verso al bocca, ma non passo nè su baffi nè pizzetto.

La mosca sotto il labbro inferiore, passaggio veloce sulla parte superiore del mento, e finalmente alla guancia sinistra: i peli son pure più fitti oltre che lunghi e duri. Veros sinistra, la basetta. Scendo lungo la mandibola, ma senza passare alla gola. Il colo: parte sinistra dall’esterno verso l’alto, la gola vera e propria fino alla mandibola.

Ritorno sui miei passi: parte destra del collo – sempre dall’esterno all’interno ma meno verso l’alto: i peli crescono in una direzione diversa. Percorro la parte inferiore della mandibola e rado il pizzetto. Rimangono i baffi. Per ultimi. Mi guardo nello specchio per un attimo con i baffetti asburgici e…li cancello!

Niente più il puntinato di tre giorni che in un’incisione indicherebbe sul mio volto una perenne luce dall’alto illuminante solo fronte, naso, tempie, faccia superiore degli zigomi e labbra. A prescindere da qualsiasi altra fonte luminosa reale ci sia nella stanza: ora la finestra che adagia chiarore azzurrato sul alto destro della faccia.

Incorniciato dallo specchio nella mia immagine vedo improvvisamente la gola arrossata, specialmente lungo una ruga orizzontale subito sopra il pomo d’adamo che rendendo difficoltosa la rasatura condanna la pelle a più d’una passata. Come nell’ “autoritratto all’inferno” di Munch conservato nel suo museo ad Oslo. Lo interpretano come un taglio che lo decapita…non può essere: il rasoio è elettrico del tipo a tre testine rotanti. Trimotore, come lo chiamiamo tra i maschi di casa, appassionati di aerei. (ma solo mio padre riconosce gli aerei dal rumore dei loro propulsori invisibili sopra le nuvole).

Munch aveva usato il rasoio. Non certo per suicidarsi; questa volta. Dopo un bagno: abbiamo la stessa testa arrossata dal calore dell’acqua caldissima sulla pelle del volto molto più sensibile. Nessun inferno fiammeggiante dietro il suo corpo nudo.

Esempio di critica speriamentale. Nel senso dell’archeologia sperimentale.