Archive for marzo, 2008

check-in mattutino

27 marzo, 2008

Mi tolgo la tshirt, mi vesto, metto la tshirt a letto. Prona come a volte capita a me. Il cuscino non le serve, non ha la testa. Lo faccio scomparire nella ribaltina dietro il letto che mi ricorda vuota una madia. Potrebbe contenere i cartocci delle pannocchie le si usassero ancora per riempire i materassi. Perchè il mio comincia a imbarcarsi un po’ troppo al centro.

Copro la tshirt col lenzuolo. Ma non lo rimbocco.

Il libro accanto al letto, letto ieri sera prima di dormire. Il tappetino per posare i piedi nudi, scivolati fuori dal letto al risveglio, è sulla sedia. Lo uso quando mi alzo: in piedi sulla seduta a raggiungere col braccio il ripiano più alto. E riporre ogni mattina il libro. Ogni superficie orizzontale è sgombra.

Apro la finestra. L’asfalto impolverato granuloso e beige scuro: la moquette che sento sotto i piedi. Tatto e vista non si contraddicono, non guardo al pavimento per controllare. Quand’ero piccolo era asfalto vero là fuori. Il ginocchio ricorda le strisciate sul ruvido, cadendo. E anche i palmi delle mani: le pietruzze  che si staccavano lavando prima di farmi disinfettare.

Quel che vedo sarebbe con lo sguardo della nostalgia per il morbido, se indossassi già le pantofole. Ma le metto solo ora. Non meno fredde di prima.

Rami/potature

22 marzo, 2008

Torno sù. Risalire le scale come i salmoni fa appetito per la colazione.

Sul cuscino le pieghe un intrico di rami. Ne sono il calco, prodotte da rami. Passo la mano sulla nuca, il palmo sente pungere fili d’erba falciata. Chi sa che albero o arbusto era durante la notte. Sul cuscino solo capelli, frammenti corti dal taglio di ieri. Nessuna foglia per identificare la specie arborea. Forse l’arbusto è ancora in inverno, spoglio.

Rovescio il lenzuolo per far prendere aria al letto. Il coprimaterasso è plissettato a )(  come sul retro di leggerissime camicie da notte già estive. L’ho plissettato io artigianalmente, girandomi sul fianco destro e poi sul sinistro. Col materesso ci siamo strofinati schiena contro schiena per tutta la notte.

prima che la neve si sciolga ovunque e gli ermellini facciano la muta

18 marzo, 2008

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(l’erba è piegata per un vento da ovest. l’unico filo d’erba dritto: perchè impigliato nel suo vicino)

“Nudo che scende(rà) le scale” solo che è in tshirt e slip

13 marzo, 2008

Mi sveglio, mi metto seduto: gambe incrociate (e avambracci) sotto la coperta. Coperto l’orizzontale, scoperto in verticale. Ricomincio a pensare improvvisamente: riacceso dopo lo stan-by delle notte. Solo pensiero senza più consapevolezza del corpo.

Autonomamente la mano sinistra accarezza un polpaccio come farebbe col gatto. Forse proprio perchè non ho un gatto. Ci gioca. Appena me ne accorgo la mano diventa parte del gatto; corpo diviso in due: la consapevolezza segue la gravità ma arriva solo all’ombelico. Non ho freddo. Ma sono sicuro di essermi svegliato proprio per il freddo, stando tutto sotto le coperte. Nè ho troppo caldo alle gambe accoccolate sotto.

Scivolano i piedi fuori, sulla moquette sotto la quale spingono le tavole di legno del pavimento, non si lasciano nascondere sotto il tappeto. Temperatura ideale sotto le piante dei piedi. Indosso le pantofole di cuoio: gelide. Così mi metto in piedi di colpo e cammino per scaldarmi. Sistema da brevettare per non poltrire.

(oppure) mi metto in piedi e cammino senza pantofole, sto così bene sulla moquette che continua anche sulle scale. Le scendo – prima rampa, pianerottolo, seconda rampa- fino a. Davanti c’è il cotto color del cuoio antico, ma ancora più gelido.

Il risveglio finisce all’ultimo gradino.

Intermezzo ventoso

6 marzo, 2008

La pashmina color cielo dal meridiano nevralgico, annodata dietro l’orecchio destro, l’ho messa sul parallelo della bocca e del naso. Pulendo la stanza sollevo nuvole di polvere. Apro la finestra per farle uscire, ubbidiscono ma le vedo rimanere in sospensione e subito spinte avanti e gli alberi, dietro, piegarsi. Chiudo precipitosamente la finestra.

Tolti i guanti sul divano, le finestre alle spalle e a destra, leggo un libro ritrovato. Il rumore di un camion, uno di quelli grossi, forse un tir. O un autobus. Per accertarmene nel dubbio mi volto e gli alberi stanno tornando a fatica in verticale.

Il vento ha modificato il suo verso per armonizzarsi con l’ambiente sonoro quando soffia in città, campionando il traffico pesante. Come i tir trasporta a lunghe distanze sabbia. Non era un autobus in effetti.

Dovrei verificare se in campagna mantiene questo rumore, per abitudine o pigrizia. o preveggenza. Prima sfoglio fino alle fine il libro, grande formato, che non mi sembra quasi di aver già letto: folate da interni.