Archive for aprile, 2008

Camouflage (eccezionalmente prima che sia giovedì)

22 aprile, 2008

Apro la finestra verso l’interno, e le imposte a soffietto verso i lati (in camera):  si “alzano in volo” verso destra le foglie secche del calycanthus staccate via da una folata.

Apro la finestra verso l’interno [idem] (in soggiorno): si “alzano in volo” verso destra le foglie secche del calycanthus staccate via da una folata.

Apro la finestra verso l’interno [idem] (in cucina): si “alzano in volo” verso destra le foglie secche del calycanthus staccate via da una folata. L’arbusto resta spoglio – nemmeno un Insetto-foglia -, solo una gemma verdeumido in cima ad ogni ramo: piccolissima.

Stesso atto stessa conseguenza. Non applico per coerenza  la variatio all’aggettivo. Fine delle finestre da aprire sulla parete a sud-est.

Da nord-est non spira nessun vento di borin, ne sento bene l’assenza sulla faccia prima di chiudere di nuovo la finestra. La metafora poetica involontariamente non era figura retorica: il beige era di una folata di uccellini troppo veloci per coglierne la specie; ed ora non se ne vedono più. Erano del tutto uguali alle foglie secche, quindi per ora saranno, dove sono in questo momento, dei Calicanti. Spero siano a terra, mantenendo l’identità di copertura.

O su qualche albero di specie diversa, a turbare i pensieri di osservatori di passaggio.

Scendendo le scale ho dato loro il tempo di tornare a posarsi. Il soggiorno e la cucina sono uno a fianco dell’altra, ma la porta di comunicazione è stata murata – incassandovi i ripiani dei CD: devo costeggiare due volte tutto il muro di separazione.

In trasferta II

17 aprile, 2008

Sulla tomaia dei sandali ci sono due serie di tagli come alla moda cinquecentesca. Allora servivano a far vedere la fodera o la stoffa sottostante. In questo caso i calzini, ma finchè è primavera e li ho ancora – quelli leggeri oltretutto – posso essere  ulteriormente filologico e farne uscire un po’ da ogni fenditura nel cuoio.

In estate si vedrebbe solo la pelle nuda. e per camminare fuori avrei portato il paio di infradito. Nere le solette per evidenziare la polvere sollevata camminando ricaduta sul piede. Un numero più grande del mio. Almeno un numero meno del mio: sono i sandali da trasferta. Occupo la minor superficie possibile del pavimento che mi ospita sovrannumerario rispetto al solito. Il numero di meno è perche erano di mio padre:

Sarà lui a lasciare le impronte umide, uscito dal bagno dopo essermi (lavato e) raso con rasoio elettrico ugualmente suo, una volta.

Le suole sono sottilissime però. Sento ogni minima differenza di livello tra le piastre del pavimento. Posato il peso sulla gamba sinistra, lascio faccio scorrere col piede la suola destra sulle linee di giunzione, gioendo qui degli intoppi trasmessi al tatto della pianta del piede.

A casa la suola è alta un dito. Perchè voglio star così sollevato dalle piastre in cotto?

 

In trasferta: “n.b.”

10 aprile, 2008

Quando vado a vivere in trasferta a casa di miei amici (al femminile questa volta) indosso pantofole dedicate, che non uso mai in casa. Un paio di sandali, di cuoio avendo poca fantasia.

Le stanze in cui starò sono outdoor, oggettivamente se per andarci devo aprire la mia di casa e uscire, rispetto a quelle in cui sono indoor. Di conseguenza mi porto dietro un asciugamano in microfibra e un saccoapelo.

Il sacco a pelo questa volta lo poso su un lettino da solarium. Nel saccoapelo in cui sono entrato ho freddo, la testa dentro il cappuccio ben stretto del saccoapelo. Per un istante nel chiarore della notte la mia testa si sente, e io di conseguenza, col giubbotto all’aperto … e allora ci mette una coperta sopra. Che annulla la mia sensazione di “esterno notte”, tanto che poso i sandali alla mia destra. Come accanto al mio letto.

In trasferta

10 aprile, 2008

Sul fianco destro, sollevo la testa, porto l’avambraccio sinistro parallelo al lato corto della branda. Mi puntello e sollevo il busto per girarmi prono. Guardo nel cappuccio del saccoapelo: nessuno. Tantomeno il cuscino tra la testa e le braccia. Bene, perchè non saprei dove metterlo una volta alzato. Non c’è una madia qui anche se è una cucina. La farina è conservata in un sacchetto in uno degli armadietti a muro.

L’apertura del saccoapelo è sul alto sinistro: a casa lì c’è il muro.  Allora già che ci sono mi volto sul fianco sinistro, tiro giù la cerniera ed esco di là per provare l’effetto. Tengo i piedi penzolanti a pochi centimetri dal pavimento, seduto. In un movimento sposto la gambe sul lato destro della branda verso i sandali. Che cede.

Ho spostato anche il baricentro, improvvisamente indietro e il sostegno si ripiega sotto la branda che si inclina. Per simmetria un istante dopo fa lo stesso il sostegno sotto i piedi.

Indosso i sandali. Rimetto in squadra la branda. Ripiego il sacco a pelo. Il sole accenna ad entrare dalla finestra: con circospezione mi distendo e uso correttamente il lettino da solarium per qualche secondo. Solo i piedi prendono realmente il sole.

Mi alzo e ripiego la branda. Portandola fuori, con la coda dell’occhio vedo la cucina pronta per accogliere chi viene a farci colazione.

 

“Il mattino già ha la colazione in bocca”: io invece non ho molta fame

2 aprile, 2008

Metto il latte a scaldare. Nella mug (alta e con un porcospino nero): cacao e caffè solubile, proporzioni variabili in modalità casuale: mescolate col cucchiaino che aggiunge poi del miele. Mezzo mestolo di latte caldo nella mug. Amalgamo. Dopo un po’ verso il resto del latte caldo. La mug sul piattino della tazza bassa (più adatta per il the, un solo dito nel manico) che usavo prima di questa. La sostituzione è dichiarata e pure il ricordo dell’altra tazza.

Che non ho rotto.

Tolgo il cucchiaino fumante, lo agito per raffeddarlo e sentire se il latte scotta. Sì. Poso il cucchiaino sul piatto dove metterò le fette biscottate -e c’è già il coltello-, non su quello sotto la mug. Aggiungo il latte freddo, poco, e non mescolo. Primo sorso appena tiepido. Il successivo sarà bello caldo senza ustionarmi.

Scricchiolano le tavole di legno del pavimento della camera. Cioè il soffitto della cucina. é la mia assenza che cammina. I passi sono pochi, a-ritmici, intervallati. Non è pensierosa allora. Penserà ipotesi, per sistemare meglio sui ripiani.  Che verificherò quando tornerò su.

Mi chiedessi con un gesto quello col formaggio da spalmare, ti darei il mio piatto. (piatto + coltello) è l’implicito pattern percettivo dominante stamattina; il formaggio o il cucchiaino, apposizioni/variazioni decorative. Ma col secondo posso mangiare il primo, se fossi da solo.