Archive for maggio, 2008

Cipolla termica

29 maggio, 2008

Improvvisamente è arrivato il caldo. Me ne accorgo solo appena sono a letto, sotto le coperte.

Dopo pochi minuti spingo lontano la coperta leggerissima color cammello.

Dopo pochi minuti il plaid scozzese su fondo rosso.

Dopo pochi minuti la coperta ugualmente scozzese ma su verde e turchese come le lenzuola. (ma al lenzuolo non ci sono ancora)

La successione dall’esterno all’interno va dalo strato più leggero a quello più caldo: dopo pochi minuti la coperta su fondo beige ma tutta fiorita.

Le coperte non sono state espulse del tutto dal rettangolo su cui dormo. Sono ancora rimboccate all’angolo in basso a sinistra. Aggrappate all’abitudine ancora quasi invernale. Sono campioni (come le stoffe da rivestimento) per verificare sul campo l’abbinamento cromatico più adatto con la biancheria da letto nel caso rinfreschi di nuovo… ma non riesco a decidermi. Non vorrei scegliere solo in base alla temperatura.

Senza più coperte sul lenzuolo primaverile mi accorgo che ormai va messo quello estivo visto che il caldo è arrivato, giallo come il sole dei disegni. Che non vedo affatto fuori dalla finestra in questi giorni perchè sta piovendo e il cielo è una coperta grigio livido.

Al mattino dalle imposte chiuse filtra la luce, diffondendosi sul letto, che fa vedere le lenzuola dello stesso colore di com’erano prima del cambio. Come se le avessi cambiate solo in sogno. Accendendo la luce accanto al letto ritrovo l’attualità – gialla.

“a nido d’ape” II

25 maggio, 2008

Mi alzo. Mantengo l’abitudine anche se non viene più buio già prima della sette e mezza di sera: aprirò la finestra per chiudere le imposte.

Prendo la seduta impagliata: è un tamburo a cornice, un setaccio suonato dagli sciamani siberiani per cadere in trance. Lo tamburello leggermente con un gesto più da suonatore di strumenti a corde, cetre per esempio, i giunchi vibrano. Mi ricorda anche il gesto dei tennisti per ridistribuire la tensione delle corde della racchetta. Sul retro della seduta due aloni scuri di ampie bruciature.

Poso la seduta -rivolta verso di me- sul tavolo che scorre lungo la parete della finestra: la seduta sporge, gli ultimi centimetri della cornice piegano perso il basso, così il bambino da far sedere (sulla seduta sul tavolo che non regge il peso di un adulto) potrebbe dondolare più agevolmente le gambe.

Apro con la sinistra la finestra in tempo per sentire mio padre chiudere il cancello. E mi appoggio allo schienale della sedia gemella senza seduta. A questo servono, ad avere lo schienale per farmici appoggiare. A quello di sinistra con la mano sinistra, trasferendoci tutto il peso del corpo, pugno destro sul fianco omonimo. Sono nervoso senza motivo e non riesco a sedermi di nuovo.

Continuo a guardare fuori, il cancello chiuso. E devo dirmi di chiudere le imposte. L’azione di chiudere l’aveva già fatta mio padre.

 

“a nido d’ape”. Ma niente pungiglioni in agguato.

15 maggio, 2008

Nello studio le due sedie gemelle, una a fianco all’altra, hanno la seduta e lo schienale in paglia di vienna. Rovinata quella delle sedute. Una è stata staccata per farla impagliare di nuovo. Ma la trama e l’ordito non corrispondono agli originali e così non c’è più posto per le viti che collegano la cornice al tubolare d’acciaio della struttura della sedia. Ricoprono i fori previsti.

La seduta perfettamente nuova la uso come cuscino. Per sedermi per terra. A gambe incorciate, il polpaccio destro e i piedi a contatto con la stuoia (intrecciata agrezzamente) che copre la moquette. Al sedere a tre centimetri da terra, sospeso e comodissimo sulla striscioline di giunco, il “cuscino” garantisce la massima ventilazione. specie adesso che comincia a far caldo. La seduta sembra esser stata fatta fin dal progettista per quest’uso autonomo.

Dondolo leggermente, gli occhi hanno come orizzonte artificiale il bordo della scrivania nera. Chiudo gli occhi; qui mi sedevo ad altezza suolo solo per sfogliare un tomo dell’enciclopedia. E direttamente per terra.

L’altra sedia ha la seduta ancora al suo posto, ma non ci si può sedere perchè è sul punto di sfondarsi. nessuna strisciolina si è strappata ma un voluminoso corpo invisibile – il mio (grasso) che la deformò così – c’è sempre seduto senza alzarsi mai a sgranchirsi le gambe. E io son magro da 7 anni ormai.

Un cuscino vero è accolto nella concavità della seduta a indicare il divieto, invitando subdolamente a scegliere la comodità.

 

In trasferta bis II

8 maggio, 2008

Mi sveglio sapendo di non aver avuto freddo o caldo. (mi ricordo che il termostato in questa casa è lo stesso di casa mia. Tutto spiegato allora: la temperatura è la stessa che a Treviso dove è stata impostata senza variazioni. Qui fa più bello però, spero, abbassando la temperatura qui dentro durante la gionata, di non far sentire freddo a casa)

Sull’altra piazza del (divano)letto è mattino. Qui no: l’ombra dello schienale …e i braccioli si toccano combaciando anche in verticale: mi sento nel lettino… nel box imbottito che non ho mai avuto così, da piccolo. Se è per questo nemmeno dopo. Apro il saccoapelo e mi siedo a gambe incrociate. Allungo spontaneamente la mano in cerca di giocattoli o peluches.

Nulla. Solo il sacco a pelo. Ma il quadrato intorno a me è un fortino perfetto. Per giocare agli indiani e ai soldati. Sbircio fuori, ma nessun nemico appostato. Dormono tutti. Mancando il pericolo ancora guardingo mi appoggio col mento sul bordo allo schienale e guardo fuori, la luce che filtra dalle persiane. 

Dimostrazione che è solo in trasferta che rivivo la situazioni di quand’ero bambino. Ma questa volta tutto è fatto per farmene vivere adesso, di nuove, dimensionate agli anni passati: infatti il box è perfetto per la mia altezza. Non c’è nessuno con cui viverle perchè non sono un bambino. A casa c’erano due poltrone che unite, i braccioli non arrivavano a combaciare, formavano una nave del 500, col castello di prora e di poppa. Ci giocavo ai pirati con mio nonno nato proprio nella città in cui sono in trasferta. Le due poltrone ci sono anche qui. Troppo distanti: la nave è stata spezzata in due.

Ritorno seduto, appoggiandomi allo schienale con la schiena finalmente, qualcosa attira lo sguardo verso destra, e mi appoggio anche col gomito al “davanzale”: I braccioli squadrati sono molto più comodi del mio a casa. Mi chino: le pantofole e le scarpe , un paio accanto all’altro, puntano verso il fortino. Chi volesse assaltarlo ed entrarci, viene invitato ad indossare o le une o le altre. La scelta in base a quanto vuol far pesare il suo essere estraneo e maleducato.

(Ma non ho scritto nulla ieri sera su fogli di carta da mettergli sotto il piede una volta sul divano letto per farlo sentire il Marte delle Conseguenze della guerra di Rubens)

Controllo i gomiti: puliti. A casa il davanzale lasciava sempre il grigiastro sulla pelle. 

In trasferta bis

1 maggio, 2008

Ai due divani gemelli tolgo le sedute imbottite e le poso per terra e su alcune sedie. Sotto i cuscini dei divani ce ne sono altri: tanti, sottili, più piccoli. Sono perfetti per sedersi per terra davanti alla televisione: tentazione; ma vengono ammucchiati – da me- in quattro mucchi per la stanza. Sono possibili munizioni per una sperata battaglia a cuscinate.

I divani sono uno di fronte all’altro, nessun tavolino dello spazio in mezzo, e vengono avvicinati fino a combaciare in un quadrato perfetto.

L’imbottitura verticale è rimasta ma il fondo è nudo. Cerco un lenzuolo, anche se non m’importa molto visto che uso il sacco a pelo, e non lo trovo. Solo un telo. In effetti si tratta di un ex-lenzuolo riconvertito ma le vecchie abitudini non si perdono facilmente quindi è adatto allo scopo. Se c’è il lenzuolo allora ci vuole anche un cuscino. Lo recupero subito del letto che non posso occupare. Cerco una federa. Trovo solo un lenzuolo. Prima non l’avevo visto evidentemente. Lo avvolgo intorno al cuscino senza troppa cura.

Distendo il saccoapelo sulla diagonale del quadrato. La lunghezza sembra perfetta come sperato. Verifico entrandoci. Disteso sulla schiena ripasso la regola per estrarre la radice quadrata da 175 cm e sapere così quanto il divano è lungo. Troppo corto per me comunque.

Mi volto sul fianco sinistro, il saccoapelo solidale al mio corpo. La cerniera per uscire è sotto la spalla sinistra, il braccio sotto il mio peso. La fatica dovrebbe dissuadermi dal voler uscire. Nel dormiveglia addosso la schiena allo schienale -del divano alla mia destra- perfetto materasso ortopedico verticale. Conseguente è la posizione fetale, le gambe piegate, le ginocchia sul colmo delle falde del fondo dei divani. I polpacci al di là dello spartiacque, la cosce al di quà.

Il cuscino lo vedo sulla piazza di sinistra. Non mi pareva di averlo spostato coscientemente. è pronto per la testa di un ragazzo di un metro e venticinque circa. Che non c’è. In nessuna stanza dell’appartamento.

Potrei alzarmi, prendere lo zaino, metterlo a riposare sul cuscino. Che non verrebbe sporcato essendo avvolto dal lenzuolo. Lo zaino si meriterebbe un (divano)letto. Ha sbattuto sulla mia schiena dura tutto il giorno.