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Studio per una crocifissione, se avessi studiato.

17 aprile, 2010

Già disteso a letto, sul fianco destro mi ricordo che mi son dimenticato la crema. La spalmo sulle mani, a lungo, ma non penetra bene e velocemente.  Le mani giunte per evitare di sporcare con i palmi, intreccio le dita per tenere più comodamente la posizione. Giusto in tempo piego in avanti il polso destro, stavo per ungere la federa con il dorso, e coerentemente la catena cinematica piega indietro il polso sinistro.

Riconosco la posizione: le meni di un giovane, o di una della donne, sotto una croce.  Non avevo mai visto così da vicino questo gesto della disperazione. Ma sono sereno, tanto che… gli occhi mi si son chiusi per un istante, li riapro in tempo per vedere che il polso sinistro è prolassato verso il basso, spingendo il destro a ruotare verso sinistra: il massimo spasmo della disperazione che torce le membra. Rilassate, chè per questo che si è verificato quel movimento…zzzzzzzz.

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Inverno candido e leggero.

12 febbraio, 2010

Mi sveglio a pancia sotto, il braccio destro dietro la schiena, il polso posato sui reni, il palmo destro verso l’alto. La mano rilassata nella posizione contratta di difesa, terrorizzata dalla coltre bianca del piumino invernale. Le dita puntellano a impedire il contatto tra la pelle e il piumino. Ci metto un po’ a spiegare alla mano che non si tratta di una valanga che mi avrebbe sommerso. solo in sogno semmai.  Suo però, io non lo ricordo affatto.

Seppellita è l’altra mano. Sotto il mio corpo.

variazione sul tema dei “miei tedeschi”

13 luglio, 2009

due diari uguali
(quello finito e quello iniziato)
due penne uguali
(una non la trovavo più e uso solo penne di un tipo preciso)
quella di sinistra a sinistra del diario di sinistra, quella di destra a destra del diario di destra
due fogli A4

controllo non ci sia un mio doppio.
solo l’ombra.
ma credo che quando mi alzerò dal letto e cammierò allora il doppio apparirà. se sa il tedesco.

(doppelgaenger)

datteri di mare

10 gennaio, 2009

un nocciolo di dattero che è un piccolissimo calamaretto.
scolpito con maestria e precisione dall’albero nellì’attesa che i frutti maturassero.
anche gli alberi possono avere un passatempo.

Telefonino multimediale…più o meno

20 novembre, 2008

Il tasto di spostamento (così definito dal libretto d’istruzioni) del mio cellulare è un anello intorno al “tasto di selezione centrale”, nero e percorso da microsolchi. Come un vinile. Luce accesa… il riflesso è un diametro giallino sul “disco”.

Se muovo la testa avanti e indietro il “disco” sembra girare sul piatto, a scatti come quando lo usa un dj per lo scratch. Allora sto suonando per me, un mio mix, a casa mia io che non ci vado mai in discoteca. Senza mani, potrei vantarmi ahaah Senza che nessuno senta nulla. ma non perchè stia ascoltando con gli auricolari. non ne escono dal cellulare, come del resto i suoni.

Silenzio assoluto, tranne il fruscio ovattato delle macchine al di là del vetro in strada.

Per far fare un “giro” completo al “disco” col busto devo andare avanti e indietro e a destra e a sinistra. Trasformando il movimento in una rotazione completa fulcrata sul bacino…la rotazione molto ampia è giocoforza lenta…ipnotica…se ripetuta giro dopo giro dopo giro-per “sentire” il “vinile” senza interventi da dj -…Trance.

C’è un genere che si chiama così, se ricordo bene, Adesso che mi son riscosso me lo ricordo. Nello specchio mi si vedeva meditare, credo. o iniziare un viaggio sciamanico. (Di sicuro questo modo di ballare aiuta a smaltire le maniglie dell’amore ;-).

“sempre in bagno” (…ma poi lo lascio libero ;D )

13 novembre, 2008

Vado alla conca del bidè dove ho posato di fretta i vestiti spogliandomi prima di lavarmi. jeans, calze, slip, t-shirt. che indosso per prima. Sistemandola dietro la schiena, sento… dei solchi. Sulla pelle dl fianco destro come quelli lasciati dagli orli elasticizzati che premono… quelli degli slipi tipo.

Ma non porto mutandoni ascellari con la vita così alta! Verifico ugualmente per scrupolo: gli slip presi nella conca sono normali come mi aspettavo. Non pulitissimi ma a vita bassa per di più. Quindi non nascondono per niente quelli che sono della smagliature. Non quelle di una maglia della salute… visot che mi vennero nel periodo in cui stavo male. Ma la storia sarebbe lunga.

Tolgo jeans e calze, appendendoli finalmente al gancio apposito sulla porta. Chiudo lo scarico del bidè. Apro l’acqua calda. Aspetto che si riempia subito prima che cominci ad uscire della fessura orizzontale di sicurezza. Fortuna che prendiamo per lavarci un sapone tipo Marsiglia. A detta dell’etichetta. Mi inginocchio come una lavandaia sul Sile a Treviso nelle foto in biancoenero.

Metto a mollo gli slip, li tiro fuori posandoli sul bordo della conca e ci strofino su il sapone con forza. Immergo nell’acqua bollente e strofino i lembi uno sull’altro per lavar via il sapone, e gli slip sul fondo della conca… a mano. I gesti non mi vengono benissimo, da una foto non si possono imparare perfettamente. Torco e strizzo. Lo stendibiancheria era già aperto per altre cose, anche se me lo ricordo solo adesso.

Al piano di sotto però…

Va bene che in casa è umido, ma la rugiada…

9 novembre, 2008

Sciacquata alla faccia veloce, prima di uscire. m’insapono con entrambe le mani. Ma mi lavo soprattutto con la destra. Solo con la destra per essere sincero. La sinistra ferma a mezz’aria, tra il volto e il fondo del lavandino. Il lato sinistro della faccia riesco a lavarlo meno bene di conseguenza, più a fatica. Anche la testa si adegua: si inclina verso sinistra , ma ruota come se guardassi da sotto in sù qualcuno.

Con gli occhi chiusi però. Lavandomi li tengo sempre chiusi, non tanto per il sapone o l’acqua (più li stringo anzi più l’acqua entra dall’angolo dell’occhio). Il rubinetto è troppo vicino per metterlo a fuoco, mi dà fastidio. Non ho l’obbiettivo macro e così chiudo gli occhi.

Li tengo stretti fin ad arricciare il naso. Per paura del rubinetto che sento al di là delle palpebre, proteso verso di me, quasi mi minacciasse di cavarmi gli occhi…(i bambini chiudono gli occhi per non essere visti, e più gli stringono più sanno che sono invisibili e protetti). non so a che distanza davvero sia, potrei sbatterci dentro.

Apro gli occhi, mi asciugo, mi metto la maglia. Faccio scorrere l’acqua perchè si scaldi di nuovo. Mi faccio la doccia alle mani! Il filtro dle rubinetto del lavandino è otturato. Il calcare intasandolo produce un effetto doccia: singoli getti distanziati ad intervalli regolari. A pressione più alta del solito, con l’effetto massaggio. Rimbalzano sulla ceramica verso l’alto in goccioline sparate sulla mia maglia di lana.

Rosso cupo: un enorme petalo di rosa ricoperto di rugiada. Come se fossi stato fuori questa mattina prestissimo, già vestito. Intonse le goccie, non vengono assorbite. Fuori si sarà già asciugata invece. D’improvviso l’acqua è calda. Mi lavo i denti, pronto ad uscire. Ma spazzolando lo smalto mi passa la voglia. Finito, scendo e mi mangio un biscotto. Non posso mica uscire con i denti sporchi. E li ho appena lavati. Non posso mica rilavarmeli dopo due minuti.

Ma il biscotto mi ha lasciato la bocca impastata. Ho sete. Prendo un bicchier d’acqua. Bevo. L’acqua è troppo fredda, la scaldo in bocca. Finendo per sciacquarmela in perfpetto stile da lavaggio dei denti. La sputo. Mi sento pulito e fresco in bocca.

Esco. Forse.

“sempre in bagno” tris

30 ottobre, 2008

Mi accorgo di essere asciutto. L’aria mossa dal mio corpo in movimento tra le stanze ha accelerato il processo, ma dell’ordine in cui le varie parti del corpo hanno perso l’acqua le gocce superficiali non mi son accorto. Pensavo ad altro, forse ho seguito lo stesso percorso della prima passata. Torno in bagno.

Mi rado iniziando dalla guancia destra: i peli sono meno lunghi e meno folti. Dal centro, dalla concavità della guancia verso l’alto, lo zigono (piacere fisico della vibrare del rasoio sull’osso sotto pelle che la tende), vicino all’orecchia, la basetta. Scendo un po’ verso l’angolo della mandibola, la guancia vera e propria, proseguo verso sinistra lungo il profilo della mandibola verso al bocca, ma non passo nè su baffi nè pizzetto.

La mosca sotto il labbro inferiore, passaggio veloce sulla parte superiore del mento, e finalmente alla guancia sinistra: i peli son pure più fitti oltre che lunghi e duri. Veros sinistra, la basetta. Scendo lungo la mandibola, ma senza passare alla gola. Il colo: parte sinistra dall’esterno verso l’alto, la gola vera e propria fino alla mandibola.

Ritorno sui miei passi: parte destra del collo – sempre dall’esterno all’interno ma meno verso l’alto: i peli crescono in una direzione diversa. Percorro la parte inferiore della mandibola e rado il pizzetto. Rimangono i baffi. Per ultimi. Mi guardo nello specchio per un attimo con i baffetti asburgici e…li cancello!

Niente più il puntinato di tre giorni che in un’incisione indicherebbe sul mio volto una perenne luce dall’alto illuminante solo fronte, naso, tempie, faccia superiore degli zigomi e labbra. A prescindere da qualsiasi altra fonte luminosa reale ci sia nella stanza: ora la finestra che adagia chiarore azzurrato sul alto destro della faccia.

Incorniciato dallo specchio nella mia immagine vedo improvvisamente la gola arrossata, specialmente lungo una ruga orizzontale subito sopra il pomo d’adamo che rendendo difficoltosa la rasatura condanna la pelle a più d’una passata. Come nell’ “autoritratto all’inferno” di Munch conservato nel suo museo ad Oslo. Lo interpretano come un taglio che lo decapita…non può essere: il rasoio è elettrico del tipo a tre testine rotanti. Trimotore, come lo chiamiamo tra i maschi di casa, appassionati di aerei. (ma solo mio padre riconosce gli aerei dal rumore dei loro propulsori invisibili sopra le nuvole).

Munch aveva usato il rasoio. Non certo per suicidarsi; questa volta. Dopo un bagno: abbiamo la stessa testa arrossata dal calore dell’acqua caldissima sulla pelle del volto molto più sensibile. Nessun inferno fiammeggiante dietro il suo corpo nudo.

Esempio di critica speriamentale. Nel senso dell’archeologia sperimentale.

“Sempre in bagno” bis

24 ottobre, 2008

Lavandomi accoccolato sul fondo della vasca, per non far uscire troppi spruzzi d’acqua fuori, mi accorgo di assumere le posizioni della varie ragazze che si lavano nella tinozza dipinte da Degas.

Visto – ma per fortuna non dai vicini: non son in terrazza dalla quale si ha la visuale direttamente nel nostro bagno –  che non sono fermo è la prima volta che mi trovo a vivere un quadro, a farne esperienza corporea, agìta, e non solo visiva.  Son femmina allora! Io son contento di esserlo, senza alcuna modificazione fisica. Ma non so se la mia parte femminile si sentirà ugualmente a suo agio ad essere considerata “ranocchia”. Ma tanto Degas non può farlo adesso, per pure ragioni anagrafiche, tranquilla. Ma lei dà lo stesso un’occhiata veloce fuori dalla finestra, anche se sa benissimo che lui non abita da loro.

Sono pulito finalmente. ma sto già sudando! Il caldo che entra dalla finestra, l’umidità atmosferica a livello altissimo: anche strofinando non riuscirei ad asciugarmi… ancor meno dal vapore dell’acqua bollente appena usata che si condensa sulla mia pelle.

Devo uscire. Con l’asciugamano piccolo mi do la prima passata. per togliere le gocce più grosse e non gocciolare ulteriormente in giro, come ho già fatto prendendo l’asciugamano che sta appeso accanto al lavandino per asciugarsi la faccia. Collo, braccia, petto, schiena, cosce, piedi, le gambe: infilo i sandali ed esco dal bagno con l’asciugamano in mano.

Mi trovo ad asciugarmi girando per le stanze della casa. Strano. E bello essere nudo, dove di solito son sempre vestito. Anche se da svestito tendo a rilassare tutti i muscoli, cammino un po’ curvo in avanti, lo sguardo davanti a me però, non verso i pavimenti. Rimango più vicino al punto di vista che avevo quand’ero più piccolo. (per l’età esatta dovrei sapere quanti centimetri perdo in questa posizione e conforntarli con i segni a matita sul lato dell’armadio in cucina. Che non c’è più).

Inconsciamente non voglio guardare dall’alto in basso il mio modo di vedere di allora, solo perchè ho 15 anni di più. Nè guardo dall’alto in basso, al piano di sotto in soggiorno, le foto dei miei nonni sulla mensola sopra la cassapanca.

Li sto guardando…dallo stesso punto di vista di mio padre. Fisicamente è facile, ci sono già, ma il problema di essere alla sua altezza. Rimane. Sciolgo i muscoli del collo e della schiena tesi in quella posizione: mi ritrovo dritto: stupore. A vedere tutto dieci centimetri più alto del solito. Allora è questo ciò che si vede da adulto.

just in time for coffee-time

10 ottobre, 2008

Nella tazzina del caffè, un cucchiaino di caffè solubile in grani che ricordano quelli dello zucchero di canna che non metto a desso. Nel pentolino per scaldare il latte un filo d’acqua. Sul fuoco. Mentre ho gli occhi chiusi per un attimo, sento un gatto che miagola stizzito. Li riapro: e spengo il fuoco, l’acqua è bollita subito. La verso nella tazzina.

Della quale tengo il piattino nella sinistra. In piedi, non riesco a berlo seduto in giorni come oggi, mescolo. Poso il cucchiaino sul piattino dal lato opposto del manico della tazzina, che sta a destra. Prendo la tazzina, troppo caldo ancora, poso la tazzina di nuovo sul piattino.

Ma il cucchiaino era scivolato nell’incavo per il fondo della tazzina. Prima che il cucchiaino cada, lo fermo con il pollice sinistra sulla concavità. Il manico del cucchiaino si alza verso l’esterno, pronto ad essere impugnato.

Dalla tua mano. Che si è dimenticata il cucchiaino appunto! Puoi mescolare tranquilla il caffè, come stai già facendo. Il pollice è pulito, anche se non me lo succhio. Non me lo sono mai succhiato, nemmeno da piccolo, ma non si può negare che la tecnica gattesca di disinfezione sia efficace.